
eresia
/e·re·ṣì·a/
La parola eresia deriva dal greco antico «αἵρεσις» (haìresis), che significa “scelta”, “elezione” o “scuola di pensiero”. Deriva dal verbo «αἱρέω» (hairèō), “prendere” o “scegliere”. Inizialmente neutro, indicava la scelta di una scuola filosofica, per poi evolvere nel linguaggio ecclesiastico in “scelta contraria al dogma”.
Come abbiamo avuto modo di vedere nei precedenti incontri è naturale che il significato delle parole cambi nel tempo. Avviene per effetto di un fenomeno noto come “slittamento semantico“: i termini cambiano, estendendo o perdendo il loro significato originale a causa dei mutamenti sociali, culturali e tecnologici. Ma che una parola arrivi addirittura a capovolgersi (enantiosemia) non succede spessissimo.
È, invece, ciò che è accaduto al termine eresia che deriva, come è noto, dal sostantivo greco hairesis (αἵρεσις), che significa “scelta”, ma è arrivato ad indicare l’errore, la falsificazione e la “deviazione dalla verità”. Nel linguaggio figurato arriva ad assumere il senso di un’affermazione sciocca, assurda o scandalosa. “Non dire eresie” ovvero enormità, spropositi è un’espressione molto comune.
Come si è giunti a questo drastico ribaltamento semantico? Molti sono i passaggi chiave di questa evoluzione che ancora oggi condiziona le narrazioni del potere.




