Il 29 agosto di 34 anni fa moriva Libero Grassi, ucciso dalla mafia a pochi passi da casa, dove ora chi lo ricorda e gli vuole ancora bene, ad ogni anniversario, affigge un manifesto di carta.
Otto mesi prima che morisse, il 10 gennaio del 1991, il Giornale di Sicilia pubblicava la lettera che l’imprenditore aveva scritto all’esattore del pizzo che gli aveva chiesto di “mettersi a posto” pagando 50 milioni di lire.
“Volevo avvertire il nostro ignoto estortore – scriveva Libero Grassi – di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no a lui e diremo no a tutti quelli come lui”.
Poche parole per un gesto rivoluzionario in una città in cui le vittime pagavano senza ribellarsi. Libero Grassi rimase solo. Isolato anche dai commercianti e dalle associazioni di categoria.
Questo è il triste destino degli eroi nel nostro Paese.
Quando Libero Grassi moriva io ero solo una ragazzina che andava in prima media. Ma quella notizia mi colpì, al punto che gli dedicai un tema. Non potevo immaginare, allora, che quella storia avrebbe rappresentato la mia iniziazione più vera al giornalismo.
Più o meno una decina di anni dopo, da praticante all’agenzia Ansa per la Sicilia, mi trovai alle prese con la cronaca della commemorazione della sua morte. Per la prima volta imparai cosa fosse una notizia e in cosa realmente consistesse il lavoro di un cronista. Non quello di registrare pedissequamente quanto avveniva sotto gli occhi di tutti, riportando con lo zelo di una scolaretta i retorici discorsi delle istituzioni, bensì quello di rendere giustizia a ciò che quel giorno non era visibile. Certe assenze, si sa, pesano più delle presenze, talvolta. E quel giorno Pina Maisano, la vedova di Pino, non c’era.
La sua assenza parlava del dolore di una donna che non aveva mai accettato che la sua famiglia fosse stata lasciata sola nel momento più delicato. Parlava anche del dolore di fronte ad una politica che non perde occasione per sfilare in passerella, ma che si mostra neghittosa di fronte alla possibilità di incidere concretamente sulla realtà.
Nel mio pezzo però parlai solo dei presenti, tralasciando completamente gli assenti.
Fu un pessimo pezzo. Ma imparai che se vuoi fare seriamente questo mestiere devi guardare a chi non c’è (e perché) più che a chi c’è. Che devi dare voce alle istanze degli assenti, tanto più che non sono urlate.
Che la notizia tante volte non è in ciò che si dice, ma in ciò che si tace. Io quella lezione non l’ho mai dimenticata.





